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    Ti sei perso lo scherzo telefonico del? o quello fatto a..? ecco dove puoi trovare,ascoltare, votare e scaricare gli scherzi di Pippo Pelo. Gli scatenatissimi Pippo Pelo e Francesco Facchinetti ne hanno combinata Ecco lo scherzo che I Corrieri Della Sera (fingendosi dirigenti della RAI) hanno fatto a Criscitiello: SCARICA IL PODCAST DELLA TRASMISSIONE CLICCA QUI!. Pippo Pelo, nome d'arte di Cesare Falcone (Salerno, 16 settembre ), è uno showman e Dal 21 dicembre gli scherzi di Pippo Pelo sono pubblicati in versione video sul sito Crea un libro · Scarica come PDF · Versione stampabile . Radio Kiss Kiss è un'emittente radiofonica nazionale italiana con sede centrale a Napoli e . Lo stesso mese mette a disposizione del programma televisivo Scherzi a In conduzione, Pippo Pelo, Adriana Petro e la partecipazione telefonica di Daniela Martani. . Crea un libro · Scarica come PDF · Versione stampabile. A Radio Kiss Kiss approda nel , in coppia con Pippo Pelo per il Noto agli ascoltatori per la sua ilarità e i suoi scherzi radiofonici, nel.

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    Licenza:Gratuito (* Per uso personale)
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    Gabriele Cantella. Conduttore, opinionista e autore televisivo. Temptation Island Vip cala il poker ed eccoci alla quarta puntata di questa seconda edizione! Anna Pettinelli continua a vedere mostri dove non ci sono e ad accusare il fidanzato Stefano di cose che non ha fatto: è come un bimbo che ha paura del buio, appena la mamma gli spegne la luce sul comodino, lui si convince che la sua cameretta sia di colpo infestata da fantasmi, zombie e chi più ne ha più ne metta I due escono insieme e vissero tutti felici e contenti!

    Gabriele e Silvia sembrano far gara a chi la spara più grossa! Beh, o ci vediamo tutti male oppure non sono esattamente come si descrivono! Lei accusa la tentatrice che ronza intorno a Gabriele di parlare in stile coatto, ma forse, riascoltandosi, si accorgerebbe che la sua parlata non è meno burina di quella degli altri!

    Il figlio di Pippo Franco non la prende bene, sarebbe strano il contrario, e, schifato, la bolla come mostro!!! Sono come i soprammobili: magari belli a vedersi, ma assolutamente inutili!

    Lei accusa la tentatrice che ronza intorno a Gabriele di parlare in stile coatto, ma forse, riascoltandosi, si accorgerebbe che la sua parlata non è meno burina di quella degli altri!

    Fantozzi va in pensione

    Il figlio di Pippo Franco non la prende bene, sarebbe strano il contrario, e, schifato, la bolla come mostro!!! Sono come i soprammobili: magari belli a vedersi, ma assolutamente inutili! Lei si lagna del disinteresse di lui, mentre si interessa al single Alessandro, anzi ad ogni atomo del single Alessandro! Serena accusa il fidanzato di essere un tirchio che fa il mantenuto, lui, dal canto suo, le rinfaccia di sbattergli in faccia le porte del Paradiso per aprirle a qualcun altro!

    E veniamo alla sorpresona della serata, qualcosa di inatteso come una nevicata a Ferragosto! Sembrava dunque scontato che, quando Chiara aveva rivelato ad Alessia di aver preso una decisione, si riferisse alla volontà di scaricare il fidanzatino e invece Altri Sport.

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    Hockey su Ghiaccio. Ultimi Pronostici. Sapere poi come questi disgraziati sono trattati, per quanto colpevoli, è meglio non ripeterlo, per rispetto a qualsiasi principio di umanità. Le montagne si vanno facendo più alte, i baobab e le euforbie più numerosi, grossissimi i primi, alte le seconde.

    Verso le cinque, poco lontano da una stazione di soldati, vediamo nel fondo della valle un recinto con tracce di coltivazione e qualche capanna: è l'abitazione di due francesi che vi stanno tentando una speculazione, di cavare cioè del filo dalle foglie di cespugli [39] comunissimi in questa località che porta il nome di Kalamet.

    Noi oltrepassiamo, ed alternata ancora la roccia colla sabbia, ci fermiamo a notte fatta nel letto del torrente asciutto. Ci vien detto essere le vicinanze molto abitate da leoni, e quindi utile prendere le necessarie precauzioni: invece di lasciar liberi a pascolare i camelli, si dispongono in un circolo attorno al quale si accendono sei grossi fuochi, che qualcuno dei camellieri veglia a tener nutriti tutta la notte.

    Questo accampamento in luogo perfettamente isolato e selvaggio, il mistero della notte, l'apprensione per quel che poteva forse succedere, e l'emozione del poterci veder davanti quei due occhioni scintillanti senza le barre di ferro che ce ne separino, un ascoltare ansiosi ad ogni muover di foglia, la cantilena dei camellieri che sparsi a gruppi stavano preparandosi con pochi grani di dura la loro cena, la luce delle enormi fiamme che innalzavano grosse colonne di fumo e spandevano i loro raggi luminosi sulle foreste che da ogni lato ci circondavano, tutto questo, ripeto, formava uno spettacolo veramente imponente e fantastico.

    Lo contemplammo lungamente, poi ci sdraiammo coi nostri fucili al fianco e cercando addormentarci con un occhio aperto, ma la stanchezza la vinse ben presto. Fu questa la nostra sveglia, e poco dopo riprendemmo il nostro itinerario, lungo il quale incontriamo spesso dei cimiteri di tribù nomadi che vi tennero le loro tende. Le tombe consistono di un ammasso conico di pietra o di un largo circolo segnato pure da pietre, con un tumulo al centro; generalmente si copre la tomba con piccole pietre di quarzo bianco; se la tomba è di fresca data, è circondata da una siepe di rami spinosi per tenervi [40] lontana la jena, ed allora ogni fedele che passa vi recita una prece e vi aggiunge un sasso.

    La natura si fa sempre più grandiosa e selvaggia, la vegetazione aumenta, i baobab sono giganteschi, non hanno in questa stagione una sola foglia, ma molti frutti consistenti in piccoli globi verdastri, che contengono una farina bianca acidula e di sapore grato e molti semi dal gusto di mandorla; le euforbie si fanno veri alberi di cinque, sei, otto e più metri d'altezza e in alcuni punti costituiscono da sole vere foreste.

    Saliamo sempre finchè ci troviamo in un vasto bacino, attraversato il quale, in direzione ovest, ci si presenta un'erta salita che ne è forza superare a piedi. Dopo un paio d'ore di riposo, rimontiamo a camello, ma fatti pochi passi siamo attratti a discenderne dall'abbondanza della caccia.

    Siamo in vera Africa, come tante volte la ammirai nelle illustrazioni e ne sognai la realtà; i monti generalmente conici, staccati uno dall'altro e raramente tentando formar catena, vegetazione non rigogliosa, ma abbondante; la nostra carovana avanza nel letto sempre sabbioso del torrente largo da venti a trenta metri e fronteggiato da dense foreste dietro le quali ad intervalli si nascondono spazii coltivati a dura; il nostro cammino è continuamente accompagnato dall'apparire di gruppi di pernici, faraone, lepri, gazzelle; sugli alberi svolazzano stormi di uccelli dai colori smaglianti; fra me e Ferrari è un continuo schioppettio [41] e un continuo far vittime, che passiamo al buon Legnani che ne orna i fianchi del suo camello.

    In poco tempo eravamo materialmente stanchi della fucilata e sazii della carneficina, e non avevamo fatto che pochi passi, dopo ripreso le nostre cavalcature, quando avanti a noi vediamo attraversarci la strada un piccolo quadrupede, poi due, poi una sequela infinita: sono piccole scimmie che inseguendosi forse per giuoco, passavano dalla destra alla sinistra sponda.

    Le gag di Francesca

    Attraversato questo vero paradiso dei cacciatori, risaliamo altre alture per discendere in altri piani; incontriamo qualche truppa di pecore e buoi, il sole tramonta e sempre camminiamo. A quest'ora, attorno ai pozzi scavati nelle sabbie, è un vero formicolio di selvaggina che vi si raduna per abbeverarsi e che noi ci accontentiamo di disturbare col nostro passaggio per non fare un inutile macello.

    Non sappiamo dove troveremo alloggio a Keren, per cui non volendo arrivare a notte inoltrata, vorremmo fermarci per proseguire l'indomani, ma i nostri camellieri non acconsentono, ripetendoci che siamo vicinissimi alla meta.

    Avanti dunque; si scorge un lume, ma non è che l'abitazione di un agricoltore che ha i suoi campi lontani dal villaggio.

    Finalmente i lumi si moltiplicano, passiamo fra molte capanne; nell'oscurità si distingue dell'abitato, e non sapendo dove dirigerci, ma memore dell'ospitalità usatami nei conventi di Terra Santa, ci facciamo portare alla Missione, certi di trovarvi rifugio almeno per la prima notte. Alla destra, avanti una casa di cui nell'oscurità si distinguevano a stento i contorni, vediamo il largo cappello di una suora che con un fanale entra da una porta, e piegato a sinistra siamo, dopo pochi passi, alla casa dei missionarii.

    La carità cristiana che andavamo ad incontrare, il forte contingente di quell'appetito che collima colla fame, che portavamo noi, e il sapere od almeno il supporre che la buona e abbondante tavola non fa mai difetto nei conventi, ci avevano fatto sognare una cena poco meno che luculliana, e [42] con questa speranza, col solo titolo di viaggiatori, ci presentammo ad un padre, chiedendo ospitalità.

    Era l'ora della preghiera, per cui portammo un po' di scompiglio in questo piccolo esercito della fede; ci venne assegnata una camera in cui si stesero delle stuoie e ci fu detto che con sommo dispiacere a quest'ora i fuochi delle cucine erano già spenti. Ci svegliammo l'indomani quando il vescovo, monsignor Touvier, con due preti vennero ad augurarci il buon giorno e con ogni sorta di gentilezze vollero traslocarci in uno spazioso salotto con un letto e due comodi divani.

    La provincia dei Bogos geograficamente appartiene all'Abissinia, ma è ora occupata dall'Egitto che la tiene preziosa come linea di comunicazione fra il Sudan e il porto di Massaua, e per questo è fonte di continue inimicizie e di frequenti attacchi fra i due Governi. Essa è costituita da un altipiano a più di metri sul mare, rinserrato da montagne granitiche; la sua popolazione, sparsa in parecchi villaggi, si pretende da secoli immigrata dall'interna provincia del Lasta e derivare quindi dalle bellicose tribù degli Agau, dei quali mantiene lingua, costumi e tradizioni.

    Una colonia di Europei dava l'esempio del lavoro, e mostrava alle popolazioni selvagge che la missione dell'uomo sulla terra ha uno scopo ben più alto che quello di vegetare abbrutendosi e facendosi continua guerra gli uni agli altri. Uscimmo accompagnati dal padre Picard, un simpatico uomo che da quattordici anni vive in questo paese cristianizzando: è commovente vedere come tutti lo amano e lo rispettano, e come al suo apparire, vecchi e fanciulli gli corrono incontro chiamandolo gaetana o abuna , che suonano mio signore, mio padre , gli baciano la mano e gliela toccano col fronte in segno di venerazione.

    Con lui andiamo a far visita al governatore, comandante il presidio di circa uomini. Quasi alla vetta del colle su cui è piantato, per occupare i soldati, fece scavare una gran vasca per raccogliere l'acqua delle piogge, idea questa assai buona e pratica in un paese dove fa tanto difetto questo elemento.

    Passiamo a visitare qualche Greco e il reggiano Cocconi che tengono piccoli negozii, e vi coltivano tabacco, e da tutti quanti [44] siamo ricevuti con gran festa, poi passiamo da M. Constant, un francese e il principale degli agricoltori.

    Egli tiene una bella fattoria composta di tre capanne rettangolari in stuoie, ma ben costrutte e pulite, e presso queste l'essicatoio del tabacco che si appende a fili tesi fra pali per farlo essicare, quindi farne delle grosse balle che si mettono in commercio.

    Qui sentiamo come questo genere di industria potrebbe essere assai proficua se non ci fossero molti ma e se. Il Governo che invece di favorire un'industria nascente, cerca di paralizzarla con gravi tasse; la lontananza dal porto di Massaua, la mancanza di strade e la difficoltà delle comunicazioni; la mancanza di sicurezza, essendo continuamente minacciati da un invasione degli Abissinesi; l'incertezza delle piogge, cui è affidata la nascita e lo sviluppo delle piante, piogge che alcuni anni anticipano, altri ritardano, e possono quindi esser causa di gravi spese impreviste e della perdita completa della seminagione, senza che s'abbia ancora il tempo a ripeterla.

    Aggiungi, che tutti questi onesti agricoltori, bisognosi di capitali per le prime spese di impianto, trovarono in loro soccorso aperte le borse di alcuni Greci, che diventarono poi i più fieri strozzini, che oggi vergognosamente impinguano coi guadagni di chi ci mette intelligenza e fatica. Passiamo a visitare le scuole e il collegio degli allievi, che sono piccoli bambini fatti cristiani, e che per essere orfani od abbandonati, si ricoverano e si istruiscono.

    Vivono in capanne e sono custoditi da donne del paese istruite dai missionarii e che da questi ebbero il titolo di maestre. In una vasta capanna entriamo a vedere la fabbrica del pane che si dà loro. Quattro ragazze sono occupate a macinare la dura schiacciandola fra due pietre, una fissa a lastra, l'altra cilindrica che colle mani si fa scorrere sulla prima.

    Ogni giorno ne vengono distribuiti ottanta ai bambini. Visitiamo qualche capanna di nativi: le loro abitazioni sono meschine assai, e per mobilia, i meglio arredati, hanno qualche angareb , qualche stuoia o pelle di bue per sdraiarvisi, pelli per l'acqua, vasi in terra o scorza d'albero intrecciata per conservarvi farina, sale, ecc. La chiesa è piccolina, in muratura ed eseguita per ordine di Munzinger pacha, poi donata alla Missione.

    Il convento non ha nulla di rimarchevole: una casina con cinque finestre, a due piani, e ai lati due bracci sporgenti col solo pianterreno, e in continuazione a questi qualche altro locale cogli opificii da un lato, e la tettoia col recinto per gli animali addetti al servizio, cioè muli, somari e buoi, dall'altro.

    Vi sono ora dieci preti e qualche indigeno convertito non solo, ma consacrato sacerdote perchè aiuti nella propaganda. E giacchè il nostro itinerario ci ha portati su questo argomento, mi si permetta di fermarmici a dirne due parole. Ho tanto e sempre sentito dir bene delle Missioni cattoliche che hanno sede a Kartum, e delle quali è capo l'egregio monsignor Comboni, ed ho avuto io stesso tali prove in Palestina dell'utilità che possono arrecare le Missioni quando siano ispirate da sentimenti veramente cristiani e umanitarii, che davvero bisogna essere compresi da venerazione per simili istituzioni.

    Da coloro che vogliono atteggiarsi a critici giudicando le cose solo da lontano e [46] senza altro aiuto che il proprio criterio, ispirato spesso da falsi pregiudizii o da spirito di parte, sentii spesso chiedermi cosa mai possano fare di bene pochi individui che si sagrificano per andare battezzando dei selvaggi sia in Africa, sia in altre parti del mondo: per rispondere a questi e per difendere una causa che i fatti m'hanno persuaso essere santa, mi permetto una breve disertazione in proposito.

    Pur troppo ho visto qualche volta missionarii che si accontentano di appiccicare il titolo di cristiani a dei bambini ottusi, solo perchè bagnarono loro il fronte con dell'acqua benedetta, aggiungendovi la formola battesimale, oppure perchè credettero convertire degli individui col far loro luccicare avanti agli occhi qualche tallero, o collo spaventarli approfittando della loro ignoranza e mostrando loro degli ignobili dipinti che fanno vedere Maometto all'inferno fra le fiamme perchè mangiava un cristiano mattina e sera, oppure un leone che fra parecchi dormienti si avventa sul solo mussulmano che se ne sta fra cristiani; e schiettamente io pel primo ammetto che non si possono seriamente chiamare cristiane delle genti convertite con simili mezzi che mi permetto di chiamare immorali.

    Apprezzo sempre l'abnegazione di chi si sagrifica per la causa di cui è convinto, ma prescindendo da questo merito tutt'affatto personale e presa invece a considerare la causa delle Missioni quando basano su tali principii, tenuto calcolo dei sacrificii, delle preziose esistenze, delle somme enormi che questa propaganda costa, e considerato il bene che ne deriva alla religione ed alla umanità, trovo che non regge il confronto coll'utilità che se ne potrebbe avere, usandone invece ad alleviare tante e tante miserie che pur sussistono fra noi.

    Quando la propaganda si basa su tali principii, come fortunatamente si basa nel maggior numero dei casi, allora si prefigge ed ottiene uno scopo eminentemente utile e sacro, ed a questo proposito mi è caro poter ripetere qualche parola che pronunciava con me quel valente uomo che è M. Comboni, capo della Missione che risiede a Kartum e di la distende i suoi raggi in un orizzonte quasi sconfinato.

    Il giorno 19 essendo domenica, assistemmo alla messa, che fu per vero dire soggetto di distrazione più che di divozione; era detta da convertiti Abissinesi che recitano le loro orazioni [48] nella lingua madre, e vestono una lunga pellegrina come anticamente si usava nel servizio religioso; i chierici erano pure indigeni e vestiti di rosso; le candele anch'esse nere, perchè fatte con cera del paese non purificata. L'insieme era assai originale. Tutti i giorni e spesso anche la notte abbiamo accompagnamenti di canti e tamburi per qualche fantasia.

    Se ne fanno per nascite, per morti, per guarigioni, per matrimonii, per tutte le feste del loro calendario, e alle volte si continuano fin quindici giorni, per cui lascio immaginare che gazzarra continua.

    Ogni villaggio riconosce come suo capo supremo e giudice colui che per merito o meglio per anzianità fu chiamato a godere della fiducia di tutti i compaesani, fra i quali ancora vige una specie di sistema feudale, cioè i plebei riconoscono la superiorità dei patrizii ai quali devono parte dei redditi, ubbedienza, soccorso e difesa a pericolo della propria vita in caso di necessità. Lo spirito di vendetta vi regna fortissimo e tale che un'offesa viene qualche volta ripagata della stessa moneta dopo qualche generazione.

    Nel caso di morte di un capo o di qualche persona influente o ricca, la famiglia, gli amici e alcune donne espressamente chiamate [49] e pagate e delle quali la professione abituale è molto comune in paese e meglio tacere, si radunano nella casa del defunto e fingendo piangere e disperarsi decantano le virtù sue, lo glorificano come brava persona, guerriero invincibile, forte, prode, amato, distinto nel maneggio della lancia e della spada, ecc.

    Trattandosi di uomini tenuti in gran conto, dove fu sepolto il padre, deve essere sepolto il figlio, per cui bisogna alle volte operarne il trasporto attraverso monti e valli. I matrimonii si fanno innanzi testimonii, e meno la lavatura, presso a poco colla stessa cerimonia dei funerali.

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    Noi non avemmo ad assistere ad un banchetto funebre, ma fummo invitati un giorno ad un eccellente pranzo nella simpatica ed originale fattoria del cordiale signor Costant, poi pensammo alle provvigioni per il ritorno, e la cosa che ci fu più difficile procurarci, fu anche la più semplice e la più necessaria, il pane, perchè qui tutti usano farselo in casa propria.

    Attraversiamo dapprima qualche terreno coltivato a dura e tabacco, poi per lunga pezza proseguiamo attraverso pascoli popolati da capre e da buoi. Durante le prime tre ore ricalchiamo le orme impresse nell'oscurità completa arrivando, ed ora siamo sorpresi dalla bellezza del paesaggio che attraversiamo. Alberi giganteschi, gruppi pittoreschi quanto mai, piante secolari dalla forma squarciata abbracciate ad altre di diverso verde e di diversa natura, fiori e frutti pendenti, liane che si arrampicano, scendono a terra a succhiarne gli umori, poi risalgono a bevere l'aria più pura e più fresca, enormi fusti troncati dal vento o dal fulmine, tronchi rovesciati che sbarrano il passaggio; cespugli d'ogni sorta, aloe, grassule, erbe e fiori che fanno un vero mosaico del suolo; e tutto questo animato dallo svolazzare di mille augeletti e dal fuggire al nostro avanzare d'ogni sorta di selvaggina.

    Tutti eravamo compresi dalla bellezza e dalla immensità di questa scena, e la carovana maestosamente procedeva di quel passo lento, ma imponente, che è proprio del camello.

    Respirando in mezzo a tutto questo, quelle aure africane, io gustavo la dolce voluttà di quell'oblio che fa confondere il sogno colla realtà, e dopo aver fantasticato che stavo sognando, che dalla mia camera la fantasia eccitata dal desiderio e dalla speranza, m'aveva portato in questo mondo di illusioni, doppiamente godevo rifacendomi da questa specie di letargo di [51] pochi istanti e persuadendomi che tutto era proprio realtà, che stavo io in mezzo a questo splendido edificio del Creato.

    Oltre i grossi baobab dai quali pendono numerosi frutti, vi sono grossissimi alberi che portano frutti simili a lunghe salsicce, assai originali, ed un bellissimo arrampicante di cui il frutto è una zucca a sporgenze acute, una vera bomba Orsini, che da verde passa colla maturanza al rosso e al giallognolo. Fra i molti uccelli sono curiosi due tipi, uno che al passaggio delle carovane le accompagna con un perfetto ridere sgangherato, un altro che potrebbe dirsi un compito suonatore di flauto, tanto le sue note sono sonore e distinte.

    Fermatici all'ombra di un bel gruppo d'alberi per la colazione, proseguimmo poi a piedi per procurarci colla caccia il pranzo, e quando ci fermammo la sera, la nostra casseruola traboccava infatti di pernici e faraone. La notte fu fredda e tanto umida che ci trovammo la mattina come usciti da un bagno. Sforzando la marcia passiamo la montagna il giorno dopo, e per mezzogiorno siamo ospitati dal nostro compagno di viaggio e dal suo socio. Kalamet è all'incrocicchio di parecchie vallate e nel fondo di queste, sulla via fra Keren e Massaua e ad un quarto di strada dalla prima alla seconda.

    Questi due cordiali esploratori delle industrie, dopo girati i paesi limitrofi, vennero qui a stabilirsi, dove non esisteva altro che la misera capanna dei soldati, guardie al telegrafo, vi chiamarono dei servi, e mentre facevano i tentativi per la loro speculazione, si occuparono di adattarvisi il meglio che potevano. Sgraziatamente da tre mesi si erano sviluppate le febbri, i servi spaventati disertarono, ed uno solo era rimasto fedele, quindi la mancanza materiale di braccia e di sorveglianza avevano lasciato libero il campo al disordine.

    Le capanne riposano all'ombra di cespugli e di una gigantesca acacia a ombrello intrecciata da grosse liane; l'ammobigliamento è rozzo ed originale, perchè tutto creato da questi industriosi giovani con tronchi d'albero, avanzi di casse, e tutto quello che il loro talento inventivo e speculativo faceva tornar utile fra il poco che si trovavano d'attorno.

    Dopo una refezione fummo guidati in una vicina valle, dove avemmo la fortuna di incontrarci con diversi gruppi di grosse antilopi dette agazen : sono enormi, e basti il dire che le loro corna nere, attorcigliate a spira, misurano spesso più di un metro d'altezza.

    Caccia minore si incontra piuttosto abbondante, e la notte si ha spesso il ruggito del leone.

    Dopo il mezzogiorno del 22 ripartimmo, seguendo sempre il letto del torrente che avevamo risalito pochi giorni prima, e ci fermammo per la colazione del 23 ad Ain , laddove finisce la vera vallata e comincia il piano inclinato, e dove anche venendo ci fermammo alla stessa ora beati di incontrare dell'acqua corrente. Discendiamo poi fino a sera calpestando detriti granitici, fra acacie e qualche altra varietà di piante, più fresche e verdi dove è depressione di terreno; frequenti sono dei mucchi di terra giallastra dell'altezza e diametro di due e più metri, che non sono altro che ciclopiche abitazioni di migliaia di formiche che continuamente lavorano a rendere più grandi esternamente e più comodi internamente questi frutti della loro arte e delle loro fatiche.

    Il 24 attraversiamo il deserto, e verso sera dense nubi e un primo acquazzone ci fanno avvertiti delle cattive intenzioni [53] del cielo. I camellieri volevano ad ogni costo fermarsi, ma avendo già sperimentato quanto sia sgradevole l'essere esposti alla pioggia senza tende per la notte, e sapendo d'altra parte che non poteva essere troppo lontana la stazione dei soldati, mi opposi assolutamente, dichiarando che non mi sarei fermato se non era raggiunta quest'ultima.

    Bene o male eravamo riparati da un tetto di paglia, e tranne qualche goccia che filtrava ce la passammo discretamente, tanto più pensando alla nostra posizione, se ci fossimo fermati lungo la strada.

    Durante la nostra assenza aveva durato in queste regioni l'epoca della piogge, e straordinario fu il cambiamento che trovammo al ritorno, da Ain in avanti. Allora tutto era secco, sterile, desolante; ora invece le piogge vi hanno portata una verdura che spira fresco e vita; il suolo non è più arido, ma quasi tutto coperto da uno smalto verde; quel che allora era irrigidito, ora è vivo, le acace hanno messe le nuove puntate, gli uccelli vi stanno saltando di ramo in ramo e vi costruiscono i loro nidi pendenti a forma di borsa, dei quali fin venti contai sulla stessa pianta; le lepri, le gazzelle, i dik-dik, le pernici sono stanate dai loro rifugi, e si incontrano frequentissimi; i pastori colle loro mandre sono ridiscesi dagli altipiani e vi stanno pascolando: insomma, completamente un altro paese, una natura risuscitata da vera morte a nuova vita, e questo nello spazio di circa due settimane.

    Al nostro ritorno in Massaua speravamo trovare tutto combinato e pronto per incamminarci verso l'Abissinia, ma invece niente di tutto questo, e la sola notizia portata da un negoziante proveniente da Adua, che le mule che vi avevamo spedite a comperare, sarebbero partite un paio di giorni dopo di lui.

    La stagione che avanzava, questa vita monotona, resa ancor più grave per noi dopo aver provato qualche giorno di carovana, l'abitudine ormai fatta alle chiacchiere di questi paesi, dove con tutta facilità i giorni diventano settimane ed anche mesi, e alle promesse di questa gente più che indolente, apata, ci indussero a fare i nostri passi presso il governatore per avere i mezzi necessarii onde metterci in cammino.

    Fummo molto contrariati dai diversi consigli per la scelta fra la via di Gura più breve, ma più faticosa e attraverso le tribù indipendenti dei Schohos che assai facilmente attaccano le carovane che si avventurano nei loro territorii, e la via dell' Amassen , più lunga, ma più sicura e più comoda pel trasporto del bagaglio.

    La scelta cadde su questa seconda. Si celebrava in quei giorni la festa per la circoncisione di un bambino d'un impiegato al divano, e fummo invitati ad intervenire una sera al divertimento. Su una pubblica piazza, accanto all'abitazione, erano disposti quattro pali a rettangolo, e dei lampioncini pendevano a delle funi che li riunivano: alcuni angareb servivano per gli invitati, la massa del pubblico stava disposta in seconda linea; c'era tutta l'apparenza d'una compagnia di saltimbanchi ad una nostra fiera; fummo molto gentilmente ricevuti e serviti di caffè, liquori e sigarette.

    Quattro pifferi e un paio di tamburelli continuavano un baccano infernale; dietro una siepe di stuoie che limitava da un lato l'arena improvvisata e confinava colla casa dell'anfitrione, stava la moglie di questi colle sue amiche, spiando, come le nostre ballerine dal sipario, e fendendo di quando in quando le più alte regioni dell'atmosfera con acuti gridi e trilli.

    E tutto il pubblico, fra cui vecchi, donne e ragazze, assisteva e si compiaceva di queste scene che attestano la più schifosa depravazione. Questa gazzarra dura circa una settimana, principiando sul far della sera e continuando fino a mattina. Arrivano le mule. Il 3 febbraio arrivano finalmente le nostre mule, ed un orizzonte più chiaro comincia ad aprirsi alle nostre speranze.

    Principia il lavoro per disporsi alla partenza: si distribuiscono le casse, si fa la scelta di quello che pratica e consigli ci suggeriscono di portare all'interno e di quello che stimato inutile sarebbe imbarazzo e nulla più il trasportare con noi.

    Verso le due, una fila di una quindicina di camelli col bagaglio nostro e della famiglia Naretti, scortato dal nostro bravo Tagliabue, che colle sue lunghe gambe, armato di tutto punto, inforcando una magra mulettina, poteva rappresentare un bellissimo Don Quichotte, partiva per Omkullo, dove ci avrebbe aspettati per la sera. Alle cinque infatti anche le nostre mule erano sellate e la lunga carovana cui si erano aggiunti parecchi amici che ci vollero accompagnare fino alla prima fermata, usciva per la diga salutata da mezza Massaua che echeggiava delle grida di evviva, salute, buon viaggio e felice ritorno.

    Queste idee mi turbavano la mente, ma una voce misteriosa mi suggeriva d'essere uomo, di farmi superiore a me stesso e mi faceva trovar svago nell'ammirare la scena che mi circondava, e forza nelle speranze e nelle soddisfazioni dell'avvenire.

    Passano infatti le dodici, la una, le due, si grida, si strepita, si mandano a cercare i camelli, ma con tutta pace non si riesce a mettersi in cammino che dopo le tre.

    La tappa fissata era Sahati, a quattro ore di distanza, ma ecco che dopo due ore la carovana si ferma, e adducendo mille motivi non si vuol più proseguire; abbiamo un bel gridare, ma i camellieri infischiandosi altamente di noi, scaricano e lasciano i camelli liberi al pascolo. Forza ne è dunque pernottare su un piccolo ripiano, trovandoci qui fra alture quasi aride e solo popolate da acace nane. L'aspetto del terreno è vulcanico; si cammina su detriti granitici. Qui mi sono convinto della necessità di mantenere la bastonatura fra queste popolazioni, e credo che il maggior torto che potrebbe farsi il Governo egiziano sarebbe di levarla.

    Non è gente cattiva, ma tanto indolente e facile all'inganno che davvero strappa le bastonate, e le rende la cosa più naturale e giusta anche per chi sente ripugnanza a battere un suo simile.

    La notte è splendida per la luna, quindi per acquistar tempo si stabilisce di partire col poetico chiarore e poche provvigioni, per arrivare in giornata a Sabarguma e farvi le pratiche necessarie per avere i buoi che devono quindi innanzi rimpiazzare i camelli. Il naib trova giusta la nostra decisione, imparte gli ordini ai camellieri perchè ci seguano e ci raggiungano l'indomani mattina, quindi si mette alla testa della nostra piccola carovana che parte all'una e mezzo antimeridiane del dieci.

    Man mano che [59] avanziamo, le alture si fanno più erte e la vegetazione più fitta; attraversiamo frequenti letti di torrenti dove le sponde sono coperte da stupenda verdura. Alle 3 e mezzo siamo a Sahati, dove ci dicono è forza fermarsi per lasciar bere e pascolare le mule, e mentre sotto un gigantesco albero vediamo rischiararsi l'atmosfera per l'alba che si avvicina, i nostri camelli ci sorpassano; ripartendo alle 5 e mezzo li raggiungiamo dopo due ore, mentre stanno disponendosi al loro alt in un vasto altipiano, e dove ci fermiamo noi pure per una piccola refezione nostra e delle rispettive cavalcature.

    In questo tragitto nessuna abitazione tranne un accampamento di beduini pastori, che, essendo nella giurisdizione del naib che ci accompagna, vengono ad offrirci dell'eccellente latte. La vegetazione fresca e rigogliosa, il suolo coperto da splendida erba, uccelli di ogni canto e colore, buoi a masse e miserabili pastori dal tipo snello, coperti da pochi cenci.

    Ogni gruppo di capanne è circondato da una siepe di piante spinose, svelte e secche; appena giunti e scaricate le mule, ce ne andiamo cercando nella caccia il necessario pel pranzo, ma allontanati appena da poco dal campo, siamo sorpresi da un acquazzone veramente torrenziale; ritorniamo e ci ricoveriamo sotto la tenda dei Naretti. Qualcuno dei camelli arriva, e con loro la cattiva notizia che nella salita cinque sono caduti esausti e non possono continuare, per cui siamo costretti di mandare muli e buoi, che verso sera tornano colle casse, delle quali per buona sorte nessuna sofferse.

    Continua un vero diluvio e da ogni lato siamo circondati da nubi e nebbie; nel campo tutto si bagna, il suolo [60] si fa pantanoso, i poveri servi, coperti come sono da un meschino pezzo di tela, non sanno dove ricoverarsi; l'appetito si fa sentire, ma non si possono tener accesi i fuochi tanto è l'infuriare della pioggia. Il naib fa mettere a nostra disposizione una capanna, ma tanto piccola e lontana dalle nostre robe che non possiamo approfittarne, per cui piantiamo anche noi la nostra tenda, e sotto questa siamo forzati di accendere i fuochi per la cucina.

    Una delle cose più necessarie, e che consiglio a chiunque voglia intraprendere di simili spedizioni, è un letto da campo; se ne fanno ora di piccoli e leggieri che proprio il disturbo del portarli è nulla, mentre i vantaggi ne sono incalcolabili, perchè per quanto si sia provvisti di tenda, quando si trova un suolo che è fango od erba inzuppata da settimane di continua pioggia, lo sdraiarvisi per passarvi la notte non è certo la cosa più aggradevole [61] nè igienica, e le conseguenze possono avere grande influenza sulla continuazione del viaggio.

    I fuochi ci avevano un po' asciugato il suolo sotto la tenda, ma questa invece imbevuta d'acqua, cominciava a lasciarla filtrare. Il baccano che aveva turbati i nostri sonni aveva pure messi in fuga gli assalitori, e mentre constatiamo la leggiera ferita fatta al collo di una mula, il naib ci manda ad avvertire che stessimo all'erta, perchè da qualche giorno i pastori avevano udito il leone, per cui stabiliamo di fare alternativamente una guardia di due ore.

    Eccomi dunque convertito in sentinella con una pioggia continua a compagna e l'occupazione di ravvivare, per quanto si poteva, i fuochi accesi per allontanare gli incomodi visitatori. Il cielo continua a favorirci le sue grazie. I pianti pel morto continuano, e ci avviciniamo per vedere la cerimonia. Una trentina di megere schifose, con conterie e grossi anelli d'argento intrecciati ai capelli, coperte solo da logori cenci, e alcune con un bambino appeso al dorso con una pelle, continuano a ballare stranissime danze simili a rozze quadriglie, accompagnandosi con una monotona cantilena interrotta da acuti gridi.

    Girano continuamente in un ristrettissimo spazio diventato un vero pantano, nel quale di quando in quando si sdraiano per rimettersi poi accovacciate a riposare.

    Di tempo in tempo dalle capanne vicine arrivano disposte in fila altre megere saltellando, e prima di entrare nel circolo delle contraddanze, tutte devono stendersi al suolo. Quelli che stavano presso la tomba andarono ad incontrare a mezza strada il convoglio e subentrarono a portare il morto che, giunto innanzi alla fossa, vi fu deposto e coperto con terra e grosse pietre, mentre a pochi passi si faceva il sagrificio di un bue e nel tempo stesso si recitavano preghiere.

    Tutti si riunirono poi in gran circolo presso il camposanto, e [63] in onore del morto divorarono le carni della vittima, ancora fumanti di vita. Fino da buon mattino cominciamo a predicare che assolutamente in giornata vogliamo partire, e il naib vista la nostra risolutezza, si adopera molto per noi, e ci procura i buoi e somari necessarii. Intanto grida, proteste, accordi, poi nuovi rifiuti, consigli fra di loro che si raccolgono in circolo sotto un albero, quindi nuove proposte, minacce, rottura completa di trattative, poi ripacificazione, cose tutte che fanno perdere delle intiere giornate, e farebbero scappare la pazienza al più santo dei santi.

    Il caricare buoi non è inoltre la cosa più facile, non avendo questa gente i basti necessarii e non essendo questi animali troppo addestrati a simile lavoro; quindi mentre si va preparando la carovana vedi un gruppo di buoi che tranquillamente se ne stanno col loro carico sul dorso ad aspettare il nuovo destino, un altro invece che se ne va per tutt'altra direzione che la giusta, buoi che non vogliono sentirsi il peso sul dorso e fanno ogni possibile per liberarsene, altri che fuggono trascinando le casse, altri che le calpestano coi piedi o a colpi di corna quasi a maledire l'incommodo: una vera confusione che farebbe ridere, se non si pensasse al tempo che costa, e alle conseguenze che possono avere simili maltrattamenti sulle provvigioni in cui molto si confida.

    Finalmente alle dodici e mezza partiamo noi pure in coda alla maggior parte del bagaglio, lasciando due dei nostri a cura di quello che restava. Si prosegue su terreno ondulato, avvicinandosi in direzione ovest ai monti, fra folta vegetazione. Ci ingolfiamo nelle vallate, e cominciamo un'ertissima salita: dai due lati foltissime foreste. La pioggia comincia dirotta più che mai, e ne è forza godercela in santa pace.

    Il nostro Desta pretende che un leone gli ha attraversata la strada a pochi passi, ma lui solo riesce a vederlo, e alla nostra buona fede a crederlo. La salita è ertissima, il sentiero malagevole, pietre, tronchi, radici lo attraversano in ogni senso, e i nostri pensieri corrono alle nostre casse che dovranno dar prova di gran robustezza per rimanere incolumi.

    Qualche bue comincia a vedersi, e per fortuna una cassa di provvigioni, chè eravamo dalla mattina con un po' di latte. La notte si fa buja, piove, le foreste abbondano di leoni, leopardi e jene, per cui siamo assai inquieti per la sorte del nostro compagno. Vorremmo andargli incontro, ma il fanale è nella cassa, e con questo buio fitto non vogliamo arrischiare di perderci tutti quanti: si suonano le trombe, si sparano diverse fucilate, ma nessuna risposta.

    Finalmente da un servo sappiamo che Bianchi sta fermo con quattro o cinque altri uomini, e questo ci tranquillizza alquanto. Nello stesso altipiano sono accampate due altre piccole carovane di mercanti che vanno alla costa, per cui la notte abbiamo un bello spettacolo di tutti i fuochi che nelle varie direzioni illuminano gli accampamenti e il paesaggio circostante.

    La pioggia ci lascia un po' di tregua, ma il sole è coperto da nubi. Lo rifocilliamo, e subito scompare la tinta giallognola che le sofferenze avevano impressa sul suo volto. Alle 10 arriva pure il naib , cogli accompagnatori dei buoi che non vogliono proseguire, accampando nuove pretese che noi incarichiamo il naib stesso di appianare.

    Si portano sotto un grande albero, presso il tronco stendono un tappeto pel naib , e tutti gli si dispongono [66] d'attorno accovacciati in circolo. Questa posizione è detta Ghinda , a circa metri sul mare. Il tempo è chiaro ed appena giorno si comincia a far caricare i buoi che alle otto sono tutti partiti, e noi, salutato il naib che se ne ritorna, essendo qui già fuori dei confini della sua giurisdizione, ci mettiamo in strada in coda alla carovana.

    Il sentiero che seguiamo non potrebbe essere più pittoresco, il paesaggio che attraversiamo grandioso e selvaggio: imponente poi ed originale la lunga fila delle mule, buoi e somari con tutti i loro guardiani che li guidano a forza di urli e di fischi, e la sequela dei nostri servi dei quali ognuno porta un fucile, una lancia, uno scudo, una spada abissinese od un altro strumento qualunque di difesa; non due vestiti ugualmente, per quanto a metà perfettamente identici, perchè nudi.

    Chi una camiciola, chi una pezzuola alla cintura, chi dei pantaloncini, chi un fazzoletto rosso in testa, chi un gilet , alcuni con folte chiome, altri colla testa rasa, saltavano, correvano, gridavano, di quando in quando risuonava qualche colpo di fucile. Era uno spettacolo unico, impossibile a dirsi. Saliamo sempre: la vegetazione va continuamente crescendo, siamo letteralmente fra due mura di verdura, e spessissimo entro una vera galleria: foglie d'ogni forma, dimensione e colore, tinte svariatissime, liane, fiori, alberi giganteschi, uccelli, scimmie che si arrampicano.

    A diverse riprese attraversiamo un piccolo corso d'acqua ed alcune volte facciamo strada del suo [67] letto. Enormi tronchi sporgono spesso sulla via e minacciano di rompere il naso a chi non ha gli occhi bene aperti.

    La strada è un vero sentiero e nulla più, dove nessun uomo ha rimossa mai la più piccola pietra. La causa di questa folta vegetazione è l'essere questa una zona che partecipa alle piogge della costa ed a parte di quelle dell'interno: le piante principali mi parvero le acace, l'ulivo selvatico, le euforbie, crataegus , lauri, papiri ed una miriade di fiori e foglie svariate.

    Alle dodici e mezzo siamo a Madiet, un semplice allargo della valle che percorriamo, e dove accampiamo, chè proseguendo, per lunga tratta non si troverebbe erba nè acqua. Siamo a circa metri di elevazione.

    Verso le due giunge la solita pioggia che dura pochissimo, essendo già vicini al limite dove regna la buona stagione. Dopo pranzo i condottieri dei buoi vengono avanti le nostre tende e ci danno uno spettacolo di danza selvaggia: si dispongono su due file in modo da formare un rettangolo aperto dal lato ove siamo noi, e mentre tutti cantano una cantilena interrotta da battimani e gridi, due o tre eseguiscono la danza inseguendosi nel rettangolo, camminando con strane movenze, saltellando e facendo capriole: dopo qualche minuto, uno si ferma e girando la testa si contorce con movenze muscolari principalmente dei fianchi e delle spalle: parecchi allora gli si fanno d'attorno, e saltellando e strillando gli stendono le braccia sul capo, coprendolo di battimani.

    Sono scherzi semplici per chi li legge, ma che hanno del grandioso e dell'originale per chi li ha visti nel loro ambiente. Due piccole carovane di mercanti abissinesi, fidenti forse nel detto l'unione fa la forza , si sono unite a noi, per cui il campo è estesissimo questa sera e rischiarato da dodici grandi fuochi, e nelle mie ore di guardia mi godo un imponente spettacolo.

    Sabato Appena giorno comincia la carica del bagaglio e alle otto ci mettiamo noi pure in marcia. Cresce sempre, man mano ci innalziamo, il fitto e il gigantesco della vegetazione ed aumentano pure le varietà: vedo grandissime ortiche in fioritura, vaniglie, pelargonii, glicine, il fico selvatico, molti aloe di diverse specie, l'agave filifera che dà il filo vegetale, la fuxia comune ed una fuxia parassita che orna di mille fiorellini rossi i tronchi dei grossi alberi dai quali succhia la vita, crataegus , [69] lauri, moltissime varietà di rubinie, opunzie, salvie, cereus.

    Ad un certo punto la valle ci appare quasi chiusa e ci arrampichiamo sull'altura che pare contrastarci il passaggio. La salita è ertissima, tale che bisogna spesso scendere dalle nostre cavalcature: il sentiero sale a zig-zag fra foreste, e stupendo è l'effetto della lunga carovana che lo percorre animando la scena selvaggia e del burrone che ad ogni nostro passo aumenta dietro noi: guardando la strada che veniamo di percorrere l'occhio si perde in un vero pozzo di verdura.

    Alle undici e mezzo arriviamo al passo del colle, che si fa entro una piccola trincea, il solo punto forse dove in tutta questa strada si veda traccia di lavoro d'uomo, e ci si presenta un nuovo panorama: non l'imponenza dei ghiacciai della Svizzera, non il grandioso delle nostre montagne scoscese e rocciose e intarsiate da laghi o da corsi d'acqua, ma una sequela infinita di monti conici che si vanno man mano innalzando, e coperti tutti da dense foreste.

    L'altezza del passo è circa metri. Discendiamo sul versante di un'altura ed a circa mezzogiorno ritroviamo il resto della carovana ferma in un punto detto Machensie , dove abbiamo la buona notizia che per mancanza di acqua e erba, i buoi avrebbero ancora proseguito. Dopo un po' di riposo ci rimettiamo quindi in marcia verso le tre. Altra salita assai lunga e forte: la vegetazione meno rigogliosa, mancanza quasi assoluta di vita animale.

    Dopo un'ora e mezzo siamo alla vetta di un secondo passaggio di catena di monti ed entriamo nella provincia dell'Amassen della quale ci profetizzavano mirabilia, ma troviamo invece che tutto è bruciato e sterile in questo versante: rocce rosse per ferro aggiungono ancora maggior forza all'aspetto deserto: ci si presenta un villaggio e lo avviciniamo; [70] è Asmara , in gran parte distrutto dal fuoco durante un'ultima rivolta di questa provincia. A poca distanza stabiliamo il nostro campo, dove subito accorre tutta la popolazione, avanzo delle stragi infami, e chi per curiosità, chi per offrirci a comperare qualche montone.

    Siamo qui a metri: lungo la via percorsa devo notare il predominio delle euforbie che raggiungono proporzioni alle volte colossali: portano fiore giallognolo, qualche volta rosso: fu tentata la speculazione di raccogliere l'umore bianco che geme facendo un'incisione al tronco, e che servirebbe per non so quale industria, ma non se ne potè mai trarre bastante profitto.

    Tracce della rivoluzione. Domenica 16 alla mattina non abbiamo che 4 gradi. In una girata di caccia trovo poco da ammazzare, ma molto di ammazzato, chè le tracce delle ultime rivolte di questa provincia sono abbastanza palesi dalle ossa e dai cranii che stanno ancora sparsi sul suolo: In questa stagione tutto è arido, l'aspetto generale è desolante.

    Essendo questo il primo villaggio assolutamente dipendente dall'Abissinia, riceviamo una visita di un preteso direttore delle dogane che ci presenta del latte e un montone, ed assicurato da Naretti che non siamo negozianti, ma semplici viaggiatori diretti al re, ci dichiara esenti dai suoi diritti. Più tardi vediamo avanzare al gran galoppo due cavalieri avvolti nell'elegante manto bianco tagliato da una gran striscia scarlatta, e seguiti da parecchi ragazzotti che correndo portano i loro fucili e i loro scudi.

    Sono messi del governatore che desidera una nostra visita, ma ce ne scusiamo per mancanza di tempo, abitando lui a circa tre ore, e Naretti gli invia in regalo un parasole e un pacco di candele. Vado al villaggio, che è tutto bruciato e solo resta qualche misero avanzo di capanne costrutte con fango e paglia, abitato da povera gente avvilita e macilenta.

    Sulla vetta dell'altura è la chiesa che ottengo permesso di visitare. Per una porticina si entra in un recinto circolare che serve da cimitero, e al centro sorge la chiesa rettangolare, bassa, col tetto piatto, molto rozzamente costrutta con legni e pietre: sul davanti un corpo più stretto forma quasi un peristilo murato negli intercolonnii e racchiudente una piccola camera le cui pareti dipinte con arte assai primitiva, rappresentano episodii di storia sacra, fra cui spicca la Vergine e san Giorgio.

    Da questo si passa nel grande ambiente diviso da grossi pilastri in tre navate, delle quali parte della centrale è chiusa da muri e riservata alle funzioni religiose; il resto pel pubblico.

    Qualche messale, semplici leggii in ferro, rozzi tamburi, stavano ammucchiati in un angolo. La luce non entra che dalla porta e da alcuni buchi praticati nei muri. Fuori della chiesa ad una trave sostenuta da due tronchi, pendono legate con strisce di pelle da bue tre pietre oblunghe: sono le campane, che percosse con altra pietra producono tre suoni differenti ed acuti.

    È molto interessante questa costruzione per la sua originalità, e perchè tanto internamente che esternamente, colla differenza che passa fra un nano ed un gigante, presenta per altro qualche analogia cogli antichi templi egiziani. Dovendoci qui procurare nuovi buoi, siamo obbligati di passarvi tutta la giornata sempre in continue contese. Anche le nostre provviste di pane sono esaurite, ed alcune donne ci fabbricano il pane col sistema del paese, come vedemmo a Keren.

    Le prime volte lo stomaco [73] quasi vi si rifiuta, ma il condimento dell'appetito finisce per far gustare molte cose che e da noi farebbero ribrezzo. Grandi noie ancora per i buoi che ci vengono rifiutati, ma finalmente dichiariamo che le casse contengono regali pel re, e che se si persiste a non volerle trasportare a prezzi onesti, partiremo soli colle nostre mule, lasciando il bagaglio in consegna al capo della dogana; faremo i nostri rapporti e il re obbligherà poi al trasporto gratuito.

    Il terreno è leggermente ondulato, poca vegetazione, solo moltissime agave cariche di fiori giallognoli e rossastri.

    Attorno a noi si stende una grande pianura interrotta da qualche lieve altura, e allo sfondo bassi contorni di montagne. Dopo due ore, al tramonto, ci fermiamo davanti al villaggio di Aduguadat.

    Un altro villaggio avevamo passato a circa mezza strada: sono aggruppamenti di capanne piantati sempre, per maggior difesa, sulle vette delle alture: le costruzioni basse, a tetto piatto in terra, per cui difficilmente si distinguono dal suolo sparso di rocce vulcaniche.

    La popolazione è generalmente brutta, coperta da logori cenci, e solo raramente dal pittoresco manto bianco e rosso: la loro tinta è il marrone: la testa alle volte rasa completamente, alle volte solo in parte, oppure molto originalmente pettinata, formando una sottilissima treccia che gira tutta la periferia, e dividendo il resto in un'infinità di altre piccole trecce che dal fronte scendono alla nuca, le donne; e in cinque grosse trecce, egualmente disposte, gli uomini.

    Partito il bagaglio, alle otto e mezzo ci incamminiamo noi pure. Per più di due ore si prosegue di altura in altura, salendo e discendendo in modo da mantenersi in media presso a poco allo stesso livello.

    La vegetazione va leggermente aumentando: prevalgono acace ed ulivi, torna qualche euforbia, qualche cactus , dei peschi selvatici. Verso le undici siamo all'estremità di questo altipiano, e ai piedi della discesa che ci sta davanti ci si presenta ancora una vasta pianura che ben da lontano si vede chiusa da altri monti ancora: ai nostri lati profonde vallate sempre collo stesso carattere.

    Ci è forza fare a piedi la ripida discesa, e alle dodici e mezzo ci accampiamo al principio di questo nuovo altipiano, ai piedi dell'altura su cui sta il villaggio di Sciket , sotto un secolare ulivo.

    Il capo del villaggio ci ingiunge di ripartire perchè tutte le nostre bestie gli distruggono il poco di erba che ancora avanza; ma noi non ci muoviamo ed è la sola risposta che gli facciamo avere. Siamo a circa metri. Alle sette e mezzo in cammino: sempre lo stesso carattere, acace in pieno fiore ed un altro arbusto dal fiore odoroso che tiene della dafne e del gelsomino. Per un breve riposo ci fermiamo presso dell'acqua, all'ombra di un enorme sicomoro il cui tronco misura dieci metri di circonferenza, ed i cui rami, scendendo fin quasi a terra, formano un ombrello di centocinquanta metri alla periferia.